Incidente petrolifero a Ragusa
1955
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UNA FEBBRE CHIAMATA PETROLIO
La febbre del petrolio in Sicilia – una febbre che nessun antibiotico mai riuscirà a vincere sotto tutte le latitudini finché l’umanità, per muoversi, progredire ed evolversi, avrà bisogno di combustibili – nacque nei primi di marzo del 1953, allorché la stampa britannicà pubblicò, con larga apertura di titoli, la notizia che nel sottosuolo del triangolo Vitttoria – ravanusa – Priolo era fortemente sospettata la presenza del petrolio. In pari tempo, la «Gulf Oil Company» – che in Sicilia ha costituito, con altra società petrolifera, la «American International Fuel adn Petroleum Company» – faceva affluire in contrada Pendente, nei pressi di Ragusa, una «National 130» ed iniziava immediatamente, nella propria zona, i lavori di trivellazione.
(…)
Si deve alla legge regionale del 1950 se società petrolifere come la «Gulf Oil Company» da più di due anni investono in Sicilia capitali ingentissimi, attraverso estenuanti cicli di ricerche, di cui i lavori di trivellazione nelle zone di Ragusa e di Vittoria costituiscono la fase conclusiva. Cicli costosissimi di studi che non assicurano il successo finale, nonostante l’adozione dei più moderni metodi d’indagine.
In tempi antichi le miscele d’idrocarburi liquidi, solidi e gassosi, che oggi si comprendono sotto il nome di petrolio, affioravano naturalmente alla superficie mescolati d’ordinario con l’acqua, per cui il loro recupero consisteva (presso gl’Indo-americani ed i Persiani, ad esempio) nel distendere sulle superfici delle sorgenti d’acqua e petrolio coperte o drappi di lana, che venivano spremuti subito dopo, non appena imbevuti per bene di petrolio. La faccenda si complica con l’avvento dell’era degli idrocarburi, la quale coincide con la nascita dell’industria moderna del petrolio. Edwin Laurancine Drake, tipico esemplare di nordamericano dell’epoca pionieristica, ne è l’iniziatore. (…)

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POZZO PETROLIFERO IN FIAMME
(…) Il pozzo petrolifero «Ragusa n. 9» era stato scoperto nella giornata del 2 novembre 1955. Era la nona trivellazione utile effettuata nel Ragusano dalla fortunata società concessionaria americana che, anche nell’Abruzzo, un anno prima, ad Alanno sopra Pescara, era riuscita a scoprire strutture mineralizzate ad “oro nero” di un certo interesse commerciale. Dopo le operazioni di carotaggio elettrico (…) si doveva procedere alla effettuazione della «prova del fuoco», che consiste nel dare alle fiamme (bruciandoli in una vasca attigua al “derrick”), le scorie ed il “grezzo” prelevati per le prove di laboratorio. Era un’operazione semplicissima, che richiedeva però la massima attenzione da parte dei tecnici.
Agli ordini di Mister Caruth, tutto procedeva con accortezza regolarmente: ad un tratto, forse a causa del vento o chi sa per quale altro motivo, le fiamme raggiungono la «National 130», facendo saltare le valvole di sicurezza della trivella e determinando la immediata fuoriuscita del gas metano del pozzo petrolifero. Improvvisamente, un rogo immane si accende, proiettando i suoi barbagli rosseggianti di luce sui tetti addormentati di Ragusa, ed illuminando a giorno tutta la zona petrolifera, per un raggio di circa 2 km.
Mister Caruth, impotente, guarda quella infernale fornace e scoppia in lacrime. Il “derick” della colossale trivella, che per prima, in contrada Pendente, due anni addietro, aveva dato all’Italia ed al mondo la notizia che nel sottosuolo della Sicilia si nascondevano ingenti quantitativi di “oro nero”, friggeva, si attorceva, moriva in un rogo apocalittico, alimentato quasi da un mostro sub-tellurico, assetato di vendetta, per avere osato gli uomini violare i misteri – fino a ieri imperscrutabili – del sottosuolo della Sicilia.
(…)
Mister Caruth chiese d’indossare subito la tuta di amianto e di affrontare le fiamme nel tentativo di occludere la bocca dalla quale fuoriusciva il gas metano che alimentava le fiamme. L’ing. Barth Anymone comprese il dramma di quel vecchio, desideroso di riabilitarsi nei confronti della società, e diede il suo permesso. Attorno alla bocca eruttiva del pozzo «Ragusa n. 9», fervevano i lavori di sgombero della «National 130». Le gigantesche aste di acciaio accartocciate come fili di ferro ridotti a matasse, le lamiere potenti delle torri di comando o di perforazione, le solidissime scale metalliche, i tubi destinati ad avvitarsi luno nell’altro, venivano agganciati dalle gru montate su mezzi cingolati, con mezzi metallici resistentissimi, e trascinati lontano.
Avuto il permesso, il vecchio capo-trivella Caruth indossò la tuta di amianto e, per cinque volte, si avventurò tra le fiamme: alla fine, barcollava, sembrava che dovesse crollare a terra da un momento all’altro. Non gli fu possibile raggiungere la bocca di effusione del gas. L’ing. Aymone ordinò di sospendere ogni ulteriore tentativo. L’onore del capo-trivella era salvo!
L’incendio continuò a divampare struggente, terrificante.
Nei giorni che seguirono, venne ultimata l’opera di rimozione dei rottami della trivella. Se Caruth non era riuscito a spegnere l’incendio del pozzo petrolifero, ci sarebbe riuscito un altro americano del Texas: Mister Miron Mac Kinley, il famoso «domatore di pozzi in fiamme», che nella lunga carriere aveva “domato” ben trecento incendi per conto di tredici diverse compagnie petrolifere, perdendo quasi totalmente l’udito e riportando la perenne inarticolazione della gamba destra. (…)
Il vecchio «domatore», appena a Ragusa, dopo avere osservato attentamente le fiamme ed il foro dal quale erompeva il metano che alimentava la grande fornace, abbozzando un sorriso soddisfatto, si avvicinò al direttore tecnico della «Gulf Oil Company», Aymone, e gli disse piano in un orecchio: «Spegnerò questo pozzo, come si spegne una sigaretta».
Per 24 ore, Kinley fu sul posto del pozzo petrolifero in fiamme, per impartire agli operai ordini sul criterio da seguire nello sgombero dei materiali, e per studiare la maniera più efficace per aggredire le fiamme. Alle ore 15 del giorno 11 novembre, alla fine, dette l’assalto decisivo alle fiamme. Protetto da potenti getti d’acqua a 200 atmosfere (schizzate da apposite pompe) e rivestito della tuta di amianto, che gli consentiva di resistere alle irradiazioni dell’infernale calore, si accostò alla valvola di sicurezza che chiudeva il pozzo, per sostituirla con altra di nuova fattura.
La lotte dell’uomo contro le fiamme fu lunga e disperata; alla fine, Kinley vinse la sua ardua battaglia. E dell’infernale fornace, che per tanti giorni aveva colorato di scarlatto il cielo di Ragusa per tutti i seni, non rimase che un pallido ricordo (…) Erano le ore 18 dell’undici novembre 1955: l’incendio del pozzo petrolifero di contrada Tabuna era durato 113 ore. Sulla collina, scabra e spoglia di vegetazione, era già sera e – per la prima volta dopo tanti giorni – ….buio!


[fonte testi: Gian Giacomo Marino, Ultimo sud – Catania, Lambda ed., 1968]

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Una perdita di metano aveva fatto scoppiare una valvola e di lì un enorme incendio. Si dice che stavano provvedendo alle operazioni di “swabbing”: si incendiava volontariamente ed in maniera controllata un certo quantitativo di greggio, ma improvvisamente, grazie alla rottura di una valvola “si sprigionava dalla tubatura del pozzo una altissima colonna di gas metano che si incendiava instantaneamente”.
Il pozzo fu coperto con un “sarcofago” in cemento armato di diverse tonnellate di peso e per spegnere l’incendio chiamarono Mr. Myron Kinley dagli Usa, il mago degli incendi nei pozzi di petrolio, il mangiatore di fuoco.

(Maria Rita d'Orsogna – fonte: IlFattoQuotidiano.it)

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