Modica: le origini
La Voce di Modica, 12 dicembre 1948
Nota dell’autore: È da tener presente il periodo in cui l'articolo fu scritto: a tre anni dalla fine della seconda guerra mondiale, quando il mercato nazionale non offriva possibilità di aggiornamento nel campo storico e in quello archeologico. Superate le opere del Minardo, del Grana Scolari, del Carrafa, del Solarino e del Trono Schininà, in campo storico. In quello archeologico, le opere del Salinas, del Gabrici, dell'Orsi, del Pace e del Bernabò Brea erano ancora di là da venire e quelle poche già edite erano patrimonio di biblioteche e di musei, il cui accesso era generalmente precluso ai non professionisti, come il sottoscritto. 

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La prima tribù che in pieno periodo preistorico fissò la sua dimora nel territorio modicano, dovette essere attratta, senza dubbio, dalla caratteristica conformazione della vallata, dalla fertilità del suolo, dall’abbondanza delle acque e dalla adattabilità, per uso abitazione, delle innumerevoli caverne naturali aperte nei fianchi delle colline.
Proveniente dalla grande emigrazione africana o da quella asiatica, questo primo nucleo di nomadi fu indotto a troncare la vita randagia e pericolosa da questo insieme di rocce, attorniato da campi ricchi di vegetazione e di caccia, la cui difesa era possibile dalla posizione particolare di uno sperone roccioso che si incuneava nella valle, dominandola.
Le prove di natura paleontologica che sono venute alla luce, dopo secoli di mistero, attraverso scavi occasionali e irrazionali, hanno sfrondato la storia dalla leggenda e distrutte le fantasiose dicerie che, sulle origini di Modica, scrittori di tutti i tempi avevano accumulate. Le storie ammannite da Diodoro, Beroso, Erodoto e Macrobio, riportate da scrittori di fama, quali il Fazello, il Cluver, il Carrafa ed altri, avevano affermata la convinzione popolare che Modica fosse stata fondata da Ercole Egizio, in onore di Mozia che gli aveva salvato l'armento, e che i suoi primi abitatori fossero appartenuti alle stirpi favolose dei Ciclopi, dei Lestrigoni, dei Lotofagi e dei Feaci.
Il desiderio di dare origini divine e misteriose alla propria città, ha spinto gli antichi scrittori a riportarne tanto lontano nel tempo la fondazione, da non essere rimasta traccia storica del materiale ancora esistente ai loro tempi, che oggi potrebbe illuminarci molto più delle leggende.
Il pochissimo materiale affiorato alla superficie dagli scavi nel quartiere della Vignazza, nel Piano di S.Teresa, nei pressi della fonte S. Pancrazio e nelle vicinanze della grotta del Salto, ha eliminato ogni dubbio sulla favola che attribuiva ai Fenici la fondazione di Modica; nessun elemento fenicio è apparso nelle ricerche scrupolose dell'Orsi e del Revelli. Il tempio di importazione fenicia, dedicato al semitico dio Baal, dio del Sole, citato dal Carrafa, dovette essere frutto di allucinazione, a meno che il Carrafa non abbia scambiato per tale un tempietto pagano, sul tipo di quelli che sorgevano ai piedi del costone diruto, dedicati a Venere e a Vulcano.
Molto tempo prima che i Fenici, sulle coste siciliane, fondassero Panormo, Solunto e Mozia, il nostro territorio era già abitato da tribù di razza eurasica o euroafricana. La data della loro immigrazione si perde nella notte dei tempi; è certo soltanto che questi primi abitatori, che chiameremo Sicani, formassero già una unità etnica, al tempo dell'invasione iberico-ligure. La miniera di selce di Monte Tabuto , presso Comiso, cessò la sua attività quasi duemila anni prima di Cristo; e di là fu estratto il materiale degli oggetti trovati negli scavi modicani; era in piena attività, quindi, molti secoli prima che i Fenici si affacciassero alla storia e che la etnia iberico-ligure mettesse piede nell'isola.
L'uomo preistorico era un troglodita e conduceva la sua vita entro le grotte, vivendo dei prodotti naturali del suolo fertilissimo e della caccia abbondante. La sua civiltà era ancora ferma a quella dell'età della pietra, quando già da millenni le piramidi sfidavano il tempo e i più grandi imperi della terra erano al loro declino.
Appartenenti a quell’epoca, si sono trovati a cava Lazzaro numerosi reperti paleolitici: punte di lancia in selce, una scure, un coltello di ossidiana e tre di selce, quattro fusaiole di argilla e alcuni vasi di rozza fattura, dipinti con ocra nera su fondo rosso. Questo, che possiamo considerare il primo periodo, va dalle origini al 1400 circa, avanti Cristo. L’arrivo degli Iberi trovò i Sicani diffidenti, ma non ostili; tanto che in breve tempo i nuovi arrivati si amalgamarono con i nativi e si confusero in un unico popolo: quello dei Siculi. Quasi tutti gli scrittori moderni sono d'accordo nel ritenere che la razza iberica abbia, in un primo momento, occupata l'Africa settentrionale e che, dall'Africa, sia passata, in successive emigrazioni, in Sicilia, in Italia e nella Spagna. Il livello di civiltà non si alzò di molto; si continuò a cacciare con le primitive armi di pietra, a vestirsi con pelli di animali e ad abitare nelle caverne più alte, rese abitabili da allargamenti e da aperture di comunicazione con altre caverne vicine, canali per lo scolo delle acque e scalini incisi nella pietra. Tutti gli utensili erano in pietra ed il grano si pestava in piccole buche scavate nella roccia, in vicinanza all'abitazione. Cominciano, però, ad apparire i primi utensili in bronzo. Il ripostiglio dei bronzi arcaici del Salto ha restituito parecchi oggetti in bronzo, che risentono dell'influsso della civiltà micenea. Questo secondo periodo va dal XIV al X secolo a. C.
E' soltanto verso il Mille avanti Cristo che i primi Fenici fanno la loro apparizione nel territorio modicano e vi esercitano la loro benefica influenza. In piccolo numero, provenienti da una delle stazioni fenicie della costa, si stanziano tra gli indigeni semibarbari e vi si assimilano. Progrediscono l'agricoltura e le industrie; anche la religione, forse, riceve un impulso nuovo e si arricchisce di nuovi miti e di nuovi dèi. Le caverne vengono, man mano, abbandonate e sorgono, invece, abitazioni in legno e muratura; l’architettura è ancora rozza e primitiva, ma c'è già un segno di risveglio della sensibilità per lungo tempo assopita. I fianchi dei monti su cui, ora, sorgono i quartieri della Vignazza e di Cartellone, si trasformano lentamente; le nuove capanne hanno levato al paesaggio quell'aspetto caratteristico di alveare, che si nota ancora a Cava Ispica; la fertile vallata, solcata da un ruscello di acqua potabile, è intensamente verde e la prima roccaforte sorge sullo sperone come un falco guerriero vigilante.
Il cammino sulla via della civiltà è lento, ma notevole. Il ferro sostituisce la selce e il bronzo; le grotte vengono trasformate in tombe e murate con lastre di pietra. Solo una parte della popolazione continua ad abitare nelle caverne e vi abiterà sino ai tempi della Contea ed oltre, fino ai tempi attuali: la parte più povera e miserabile. Con l'arrivo dei Fenici, il commercio con le popolazioni vicine si allarga e diventa una fonte di benessere per tutta la zona.
Questo terzo periodo, che ha una data di inizio intorno al X secolo, ha termine con l’invasione greca e con il sorgere di quelle colonie che domineranno, per molti secoli, tutta intera la Sicilia. Con la venuta dei Greci, in sostanza, ha inizio la storia tramandata da Diodoro, Tucidide e Diodoro Siculo.
Modica farà parte di un complesso organico risultante dalla fusione armonica dei vecchi elementi con i nuovi, portatori di civiltà. Ma è solo nel periodo della Contea, dopo quasi due millenni, che Modica avrà una parte ben definita e, a volte, decisiva, nella storia della Sicilia.


Giovanni Modica Scala
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