La difesa costiera nella lotta anticorsara
Dialogo, febbraio 1987
La necessità di segnalare, con la massima rapidità, una notizia o una richiesta di aiuto, suggerì all'uomo di servirsi del mezzo più veloce in natura: la luce. Le più antiche testimonianze sul suo uso ricorrono negli scrittori greci, da Omero ad Eschilo e, più recentemente, in Cicerone; un arco di tempo compreso tra la metà del XIII secolo avanti Cristo (epoca delle tradizioni raccolte da Omero quattro secoli più tardi) e la vigilia dell'era volgare. Giulio Africano - uno scrittore cristiano del secondo secolo - ci dà, addirittura, il significato di ogni singola segnalazione, effettuata con una luce manovrata a guisa di un arcaico alfabeto Morse. Particolare importanza riveste per noi la testimonianza di Cicerone, secondo cui, già ai suoi tempi “era antichissima usanza, in Sicilia, di avvisare l'avvicinamento dei corsari per mezzo del fuoco che su dei luoghi eminenti accendeansi 1.
Ad importare e a diffondere questo sistema di segnalazione visiva in Sicilia furono certamente i Greci e greco è il termine adoperato per indicarne lo strumento: fanòs2 . Il quale, se ebbe valore quasi marginale nel mondo antico, si rivelò di importanza vitale nel lungo periodo che, dall’alto medioevo, arriva agli albori dell'evo contemporaneo, come validissimo mezzo di difesa nella lotta anticorsara del Mediterraneo.
La documentazione più ricca, varia e significativa appartiene ovviamente ai secoli che furono maggiormente interessati alla pirateria dei Turchi e dei Barbareschi; i secoli, cioè, che precedettero e seguirono le imprese di Barbarossa, di Dragut, di Sinam Bassà, di Solimano e di cento altri predoni che desolarono le coste dell'Italia e della Sicilia, in particolare, depredando, uccidendo e riducendo in schiavitù decine di migliaia di cristiani indifesi.
La Sicilia, per la difesa di tutte le sue coste, disponeva appena di dieci galee, insufficientemente armate e male equipaggiate che, il più delle volte, venivano impiegate fuori delle acque territoriali. In queste condizioni di quasi assoluta impotenza, unica possibilità di sopravvivenza era la difesa passiva.
Torri e fortezze inespugnabili erano pressoché rare: Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Augusta e poche altre; tutto il resto del litorale era costellato da piccole torrette di avvistamento che avevano il compito di scoraggiare i tentativi isolati di piccoli masnadieri a bordo di caicchi o di tartane, oppure di dare l'allarme all'entroterra quando all'orizzonte apparivano minacciose le sagome delle galere turche o delle fuste barbaresche.
La più antica documentazione scritta risale al 1323: è il dispaccio di re Pietro al Senato di Siracusa e alle maggiori città dell'isola, con l'ordine di sorvegliare attentamente i tratti di mare antistanti e di segnalare tempestivamente, servendosi dei fani, il pericolo incombente "di notte con il fuoco e di giorno con il fumo". Ordini di questo tenore punteggiano il corso del Trecento, nel ricorrente pericolo di invasioni o di scorrerie piratesche, ma ricoprivano il ruolo di transitorie disposizioni che perdevano efficacia appena cessato lo stato di emergenza.
Fu soltanto il 9 aprile del 1579 che il Parlamento di Sicilia - a seguito forse della recrudescenza della pirateria turca, quale reazione alla dura sconfitta di Lepanto - si preoccupò della inesistente legislazione sulla materia e dello stato miserabile in cui versava la difesa costiera. Per la prima volta, il problema venne considerato nella sua dimensione totale e, come tale, interessante tutta la generalità dei sudditi, ai quali, in conseguenza, fu imposto un ennesimo sacrificio finanziario.
Il Parlamento, presieduto da Marco Antonio Colonna, si riunì nella Sala Grande del palazzo regio che - tra parentesi – era il possente e magnifico Steri costruito, nella seconda metà del Trecento, dai Chiaramonte, conti di Modica. Erano presenti i tre Bracci che lo costituivano: il baronale, il demaniale e l'ecclesiastico; era in gioco la salvezza del Regno e, rara avis, le decisioni furono prese ad unanimità di voti.
“Quantunque fossero sparse per il litorale dell'isola le torri di avviso per la guardia della marina, nondimeno queste non erano bastanti, giacché ve ne mancavano molte in certi siti, che sarebbero state necessarie; e quelle, inoltre, che esistevano, erano così rovinate e sprovviste che poco o nulla servivano allo scopo per cui erano state erette. Perciò il Parlamento stabilì di fissare un donativo di 10.000 scudi da pagarsi in tre anni, acciò con quel denaro si riattassero le vecchie torri, si fabbricassero le nuove e si provvedessero le une e le altre di diligenti custodi e di tutti gli strumenti necessari a discuoprire le navi che scorreano per il nostro mare 3.
Nel 1583 - non appena, cioè, furono introitati i diecimila scudi del donativo - il Parlamento diede incarico a Camillo Camiliani, ingegnere e matematico tra i più famosi del tempo, di effettuare un'attenta ispezione delle località costiere più esposte e meno protette, che necessitavano di fortificazioni, vedette e presidi militari.
“Comecché - scrive Rosario Gregorio - in alcune parti fosse allora consueto d'innalzare il fuoco all’espressato disegno su i luoghi alti, e dove tornasse acconcio, sulle montagne, pure invalse di tratto in tratto per maggior securtà di fabbricarsi nei litorali alcune torri, in cui i fani accendeansi. Ma siccome l'isola è da ogni lato esposta alle incursioni nemiche, ed è naturalmente frontiera dei Barbari, e nel secolo decimosesto non che le spiagge deserte, ma sino le più popolate e forti città eran minacciate alle volte, ed alcuna fiata assai danneggiate dagl'improvvisi assalti degli armatori e dei corsari barbareschi, quindi fu conosciuto essere d'assoluta necessità che l'isola per tutto il litorale fosse guernita ed afforzata di torri. Indi avvenne che, considerando essere ancora necessario la continuata corrispondenza delle guardie e dei segni, ed alcune torri minacciavano rovina, ed assai luoghi esserne del tutto sforniti, siccome ancora le terre nel cui territorio doveansi edificare le nuove non potendo soffrir tanto peso, fu a voti concordi imposto che da tutto il Regno si pagassero scudi diecimila e si spendessero per gli anzidetti edifizi da innalzarsi in tutte le marine del Regno nelle convenienti distanze, la qual somma fu non pur prorogata ma anco accresciuta nei tempi di appresso 4.
L'ingegnere Camiliani, sulle tracce del domenicano Tommaso Fazello, percorse minuziosamente la fascia costiera dell'isola e si addentrò nell'interno, quando ritenne necessario un collegamento diretto tra mare e montagna. Buona parte delle sue note, delle sue osservazioni e dei suoi suggerimenti riguardano il territorio della contea di Modica, compreso tra il Dirillo e il Tellaro: dalla torre di Camarina al forte di Vindicari, attraverso Punta Corvo, Branco Grande, Puntasecca, Santa Croce, Capo Scarami, Longobardo, Maulo, Donna Locata, Plaia Grande, Spina Pesce, Alga Grande, Magalugo, Raganzino, Pozzallo, Pietre Nere, Santa Maria lo Focallo, Isola dei Porri, Marza, promontorio del Pachino, Isola delle Correnti e poi, risalendo la costa orientale, sino alla marina di Noto.
Poche sono le torri di difesa o di avvistamento in questo lungo tratto di litorale: a Camarina, a Donna Locata, a Pozzallo e a Vendicari; altre, e numerose, occorre erigerne a Branco Grande, a Colombara, a Spina Pesce, a Santa Maria lo Focallo, alla Marza, a Castellazzo, all’isola delle Correnti. Alcuni punti sono naturalmente difesi e non abbisognano di protezione: “questi ridotti non son molto pericolosi perchè le rovine delle rocche e le seccagne che vicino al lito si trovano non danno comodità ai corsari di potervisi avvicinare”. Altri, invece, richiedono opere urgenti di difesa: “li sporgimenti delle punte e ridossi che la natura ci ha fatti e le cale concave danno occasione e commodità che i corsari ci si fermano securamente”.
Qualche tratto di litorale costituisce grave minaccia alla sicurezza delle popolazioni costiere e dell’interno; ad oriente dell'attuale Sampieri “si trova una cala chiamata dell'Alga grande e questa veramente è infra le più pericolose e più occulte che in tutta questa riviera si trovano, perchè le rocche che l’abbracciano sono tanto alte e precipitose che appena si può conoscere la bocca di essa cala, ed entra tanto dentro ed è di tal capacità che sei galeotte comodamente ci possono capire, e né per mare nè per terra possono essere discoperte. E ci è un vallone a fronte, dov'è un passo tanto stretto ed angusto che alla guardia che ci suole passare spesso, i corsari che sanno il sentiero tendono i lacci per prenderla e loro più volte è riuscito. A questo ridosso, per essere cosi pericoloso ed irremediabile, si è destinato fare una torre che non solo importa per la securtà del sito, ma anche per la rispondenza dei segnali”.
Un altro tratto preso in esame è il Magaluco. "Questo promontorio, creato cosi dalla natura, si alza tanto che interrompe la vista della guardia ai segnali che si faranno a Ciarciore per rispondere al Pozzallo, quale è lontano da questa punta un miglio e mezzo, e perciò si è designato farvisi una torretta, la quale servirà per rendere la rispondenza delli detti segnali che dalla parte di ponente li verranno dimostrati”.
Oltrepassato Racanzino, Pozzallo e Pietre Nere - zona egregiamente difesa dalla "grandissima" torre costruita da Bernardo Cabrera, conte di Modica - il Camiliani suggerì la necessità di costruire delle torrette sull'arenile di Santa Maria Focallo, della Marza, di Castellazzo e sull'Isola delle Correnti.
Questo tratto paludoso e malarico che “dallo stagno di Lungarini va insino alla Punta delle Formiche è tutto un luogo deserto, abitazione di fiere e di assassini, nel quale spazio sono ben sette pantani... La spiaggia delle Cuticchie, che tira dalla cala delle Formiche insino all'Isola delli Correnti è tutta pitrosa e per lo spazio di dieci canne dentro terra è tutta scoperta, onde comincia la selva, la quale per essere tanto intricata e folta con grandissima difficoltà vi si può entrar dentro; e questo siegue per tutto il promontorio del Pachino 5.
I lavori di costruzione di questa cintura di sicurezza furono iniziati con la massima celerità e portati a termine in brevissimo tempo, sotto la direzione dello stesso Camiliani. Intervalllati tra le opere maggiori di difesa, vennero eretti i fani o torrette di avvistamento, la cui funzione ed utilità non erano inferiori a quelle delle fortezze maggiori.
“Furono disposte attorno al litorale dell'isola - scrive Antonino Mongitore - alcune torri con proporzionata distanza, in maniera che una guardi l'altra; onde nell'accostarvisi navi nemiche di corsari, le persone destinate alla custodia di queste torri sono in obbligo la notte di avvisare la città vicina con tanti fuochi quante sono le navi vedute nel giorno. La torre poi che le succede vicina, corrisponde con altrettanti fuochi, e questa avvisa la seguente e così di mano in mano una avvisa l'altra, sicché in men di un'ora resta tutta la Sicilia avvisata e si mette in guardia. Inoltre, il Principale che presiede ad ogni torre è in obbligo di portar la notizia alla città vicina (dell'interno). Le persone che assistono ed abitano in dette torri, almeno due, ricevono il salario dalla Deputazione del Regno, che ha cura di pagarli e di munire dell'armi necessarie e ristorar di fabbriche dette torri 6.
Nel 1594 i lavori possono considerarsi ultimati; è in questo anno che il viceré, conte di Olivares, pubblica le “Ordinazioni sulla guardia e custodia delle torri e quanti soldati in esse debbon risedere, e quale carico loro, e la maniera di accendere la corrispondenza e la intelligenza fra tutte le guardie 7.
Costellarono la Sicilia nuove e numerose torri di avvistamento, l'antico e ancora efficace sistema delle segnalazioni adottato da re Pietro, nel 1323, con il capitolo De fiendis fanis in locis consuetis: “Dudum nobis per alias literas nostras dedisse recolimus in mandatis quod in loco consueto ubi hactenus fana consueverant tam ad securitatem singulorum nostrorum fidelium quam ad notificationem galearum et aliorum vassellorum quae for sitan per mare ipsarum partium discurrerent, vel etiam navigarent, videlicet unum pro securetate, et pro qualibet galea, seu ligno armato fanum aliud, ita quod tot fana fierent quos galeae et ligna essent, videlicet in die per fumum et in nocte per ignis accensionem, sicut actenus extitit consuetum fieri facere infallibiliter deberetis 8.
Per quasi cinque secoli, questo ingegnoso sistema di difesa costiera continuò ad assolvere egregiamente la sua funzione. Ogni fano era servito da guardiani armati, in turni che coprivano l'intero arco della giornata. L’allarme veniva dato, oltre che con l'accensione dei fuochi - che emanavano luce di notte e fumo di giorno -, con il suono rauco delle conchiglie o con quello più penetrante delle trombe metalliche, oppure con campane suonate a stormo e, più tardi, con lo sparo di piccole artiglierie.
La distanza tra un fano e l'altro era breve o brevissima, secondo i diversi dislivelli del terreno, ma sempre in posizioni che permettessero un'ampia visuale.
Un caso che si può portare ad esempio è dato dal fano che ancora resiste, quasi nella sua consistenza originale, nella spianata sottostante la nuova chiesa di S. Anna, a Modica. Da questa posizione era possibile sorvegliare tutto il versante del S. Liberale, sino all'altopiano della Sorda, che raccoglieva i segnali del litorale di Pozzallo, e la vallate del Moticano, che trasmetteva quelli delle marine di Scicli. Questo fano, uno dei pochissimi superstiti dell'intera regione, era a sua volta collegato, attraverso un intermedio, con il gemello che, sino al 1980, si presentava in ottimo stato di conservazione, su un'altura che abbracciava l'esteso panorama di nord ovest, perfettamente visibile dalle scolte ragusane di contrada Pendente 9.
Queste torrette di avvistamento, che venivano erette oltre la fascia costiera, all'interno delle terre feudali, erano a carico delle rispettive universitas civium interessate e, molto probabilmente, avevano seguito un piano più intenso ed efficace di difesa anteriormente alle disposizioni parlamentari del Cinquecento.
Ne abbiamo traccia in diversi documenti dell'epoca e in alcune fonti storiche contemporanee. Una vicenda che si inquadra nell'argomento e che, storicamente, ci interessa più da vicino, è citato dall'annalista Michele da Piazza10.
Nell'anno 1357, nel periodo tra la morte del conte Simone Chiaramonte e la successione, nella contea di Modica, dello zio Federico, un episodio della lotta fratricida che opponeva la fazione latina, capeggiata dai Chiaramonte, a quella catalana, fedele al re Federico, mette in evidenza la funzionalità dei fani eretti dai feudatari e la rapidità degli interventi richiesti con le loro segnalazioni.
Andreas de Tarento, miles Claramontanorum, asserragliato nel castello di Cassibile, sorpreso di notte dalle truppe regie di stanza a Siracusa, guidate dal capitano don Orlandus, “tria immediate fanalia, unum post alium, in altum conscendit, dans signum suis amicis consuetum”. I segnali convenuti furono immediatamente raccolti da chi doveva. “Ioannes de Milana qui apud terra Buxemi pro Claramontana parte tunc temporis aderat personalis, visis predictis fanis, que dictus fecerat Castellanus, cum equestri et pedestri comitiva in eius subsidium ibi velociter fuit progressus” .
La distanza tra Cassibile e Buscemi tocca, in linea d'aria, i trenta chilometri; vie impervie e trazzere sui monti, ritardarono naturalmente la marcia di avvicinamento. Certo è che, arrivato sul posto, il castellano di Buscemi trovò che - ovviamente, con lo stesso mezzo - don Orlando aveva chiamato in suo aiuto Ioannes de Landolina, fedelissimo al re e Capitan d'armi a guerra della vicina Noto. Il condottiero chiaramontano non era un vile, ma la disparità di forze in campo era eccessiva; visto il malpartito, anche se a malincuore, “Ioannes de Milana velociter se retrocessit11.
Il seguito è un'altra storia.


Giovanni Modica Scala

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1.   Cfr.R.Gregorio: Storia di Sicilia, ossia il diritto pubblico siciliano. Palermo 1847, p. 739 .

2.   Il corrispondente termine medievale 'fanum' non ha traduzione italiana; altrettanto, il volgare 'fano'. L'accezione greca corrisponde, come aggettivo, a 'luminoso' e, come sostantivo, a 'fiaccola di legno, fuoco di sarmenti'. Una traccia consistente è nel Du Cange (Glossarium mediae et infimae latinitatis, tomo III, p.412), sottovoce 'fanòn': "Significat flammam seu flammae splendorem vel potius repentinam flammae apparitionem; et videtur esse unum ex iis verbis, quae a Graecis ad nos recta migrarunt; illis enim splendidum vel album derivatione a verbo quod est luceo. Consimile huic verbo, quod obiter dixerim, est nauticum 'Fano', quod Graecis 'fanos', a verbo 'faino' quod inter alia est luceo, appareo”.

3.   G.E. Di Blasi: Storia cronologica dei Viceré e Presidenti del Regno di Sicilia. Vol.II, p.184. Cfr., anche, A. Mongitore: Parlamenti di Sicilia, tomo I, p.388.

4.   R.Gregorio: op.cit., p.740.

5.   Camillo Camiliani: "Descrizione della Sicilia", trascritta e pubblicata da Gioacchino Di Marzo, in "Opere storiche inedite", Palermo 1877. Di due altre relazioni del Camiliani si hanno copie manoscritte nella Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni Qq D 188 e Qq E 27. Contengono la "Descrizione delle torri marittime del Regno già fatte e di quelle che di nuovo convengan farsi per la rispondenza dei segnali, dei fumi e dei fuochi" e la "Descrizione delle marine di tutto il Regno di Sicilia con le guardie necessarie da cavallo e da piede che vi si tengono”.

6.   A. Mongitore : Della Sicilia ricercata. Palermo 1743,volume II, pp.26-27.

7.   Il Gregorio, nel 1778 - anno in cui scriveva - nota che le istruzioni del conte Olivares, a distanza di quasi due secoli, "sono state riconosciute di tanta efficacia ed utilità che, secondo esse, le torri di Sicilia sino oggidì si governano”.

8.   ”Liber privilegiorum et diplomatum nobilis et fidelissimae Syracusarum urbis", tomo I, fol.61v, edito da G. Agnello, in Archivio Storico Siracusano 1959-1950.

9.   Questa torretta di avvistamento fu abbattuta dalle ruspe, in occasione dei lavori per la costruzione della scorrimento veloce Modica-Ragusa , eseguiti dalla ditta Costanzo di Catania. Abbiamo interessato il dott. Giovanni Di Stefano, della Sovrintendenza siracusana, per avere, dall’archivio della ditta catanese, una delle fotografie della zona interessata allo scavo, che normalmente le imprese riprendono all'inizio dei lavori di sbancamento. Il punto esatto ricade sul cavalcavia della Provinciale 94 che, dalla Statale 115, conduce a Scicli.

10.   ”Michael Platiensis, ordinis Minorum Observantium S.Francisci, historicus (continuatore dell’Historia sicula di Nicola Speciale), aequè eruditus ac celebris. Claruit sub rege Friderico III Siciliae, qui anno 1377 vivere defiit”. In A. Mongitore: Biblioteca sicula sive de scriptoribus siculis. Panormi 1714, tomo III, p.78.

11.   Michele da Piazza: Historia sicula,apud R.Gregorio: Biblioteca scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere. Tomo II, cap. XVII, pp. 27-28

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