Ipotesi storiche su quanto rimane dell’antica Chiesa di S. Maria di Betlem
Dialogo, gennaio 1996
La chiesa di S. Maria di Betlem in Modica sorse, sul finire del Trecento, per volontà dei Chiaramonte, conti di Modica - all’apogeo della loro potenza politica, militare ed economica - che ne vollero fare la loro cappella privata, ai piedi del gigantesco castello.
Il terremoto dell’11 gennaio 1693, che devastò la Sicilia sud orientale, mietendo migliaia di vittime (3.500 nella sola Modica), distrusse la chiesa quasi per intero. Rimase intatto soltanto un portale, che venne incorporato all’interno della nuova chiesa, costruita sulle macerie della precedente nei primi anni del Settecento. Il portale, ora monumento nazionale, è - almeno per me - un classico esempio dell’arte chiaramontana, fiorita nel XIV secolo, che fuse mirabilmente la semplicità monastica del recente gotico con la fantasiosa, ricca e pesante ornamentazione araba.
Nel 1592 la chiesa venne affidata alla Confraternita dell’Orazione e Morte, che provvide, nel corso dei secoli, ai restauri, alle modifiche e alle aggiunte. Il bellissimo soffitto a cassettoni, dipinto dal catanese Di Stefano, è del 1875; il pavimento di marmo è del 1888, e la snella torre campanaria è del 1897.
Fu subito dopo il rifacimento del tetto che gli amministratori della confraternita decisero di dare un significato alla chiesa, dedicata alla Puerpera di Betlem, trasformando una cappella in presepe. Il Governatore, cavaliere Vincenzo Moranda Frasca, il Guardiano Legale, avvocato Francesco lozzia, e il Guardiano Nobile, barone Pietro Scrofani, senatore del Regno, si misero in contatto con un altro membro della Confraternita che risiedeva a Caltagirone, patria dei più grandi figurinai del tempo.
Alla fine del 1881, i contatti preliminari furono portati a termine, mentre a Modica venivano raccolte le somme necessarie alla realizzazione del progetto. L’incarico di costruire il presepe venne affidato al celebre frate Benedetto Papale, dei Minimi di San Francesco, che si era creata buona fama dentro e fuori Sicilia.
Dietro suo suggerimento, l’incarico di costruire i Sacri Personaggi venne affidato a competenti artigiani di sua fiducia. Le statuette dei Pastori, dei Dormienti, dello Spaventato, del Ricottaro, del Mendicante e di altre figure minori furono commissionate alla rinomata fabbrica Bongiovanni-Vaccaro, per un importo di 475 lire; quelle della Madonna, di san Giuseppe e dei Re Magi furono commissionate ad uno specialista, l’artigiano Giacomo Azzolina, per un importo complessivo di 400 lire. Per la sua opera, nella ideazione e realizzazione del paesaggio del presepe, padre Benedetto Papale richiese la diaria giornaliera di 5 lire, vitto e alloggio, oltre al rimborso delle spese di viaggio.
Gli artisti si ispirarono all’ambiente locale per raffigurare tanto i luoghi, quanto i personaggi. Il Papale fece incetta di rocce calcaree del Salto, delle stalattiti e stalagmiti delle caverne che si aprono dietro la cascata, per rendere il paesaggio modicano quale risulta ai piedi del Castello, tra il letto del Pozzo dei Pruni e le grotte trogloditiche del Vauso.
Il risultato di questa realistica composizione in roccia, sughero e legno brado di quercia e di carrubo, che occupa un volume di oltre cinquanta metri cubi, è impressionante per l’armonia delle proporzioni e per l’aderenza perfetta al paesaggio locale.
Dal canto loro, i figurinai fecero a gara per superare loro stessi. Con il prezioso bagaglio dell’esperienza e con l’appassionato amore per il ‘mestiere’, riuscirono a dare alle loro creature le pose e le espressioni che cento generazioni hanno attribuite ai testimoni della nascita di Cristo. Ed infine, fedeli alle direttive dei commissionari, completarono l’opera dando a tutti i personaggi le caratteristiche somatiche del ‘tipo’ modicano e rivestendoli con i sontuosi e variopinti costumi della Contea di fine secolo.
Il Presepe fu esposto al pubblico, per la prima volta, la notte di Natale del 1882. Da allora, ogni anno, sul volto che via via invecchia, non muta il senso di mistico raccoglimento che ci fa sentire eternamente bambini, di fronte alle cose più grandi di noi. Non cambia, soprattutto, la meraviglia sempre nuova per il mistero che si rinnova. E se, in buona parte, il tremore che ci invade, fatto di commozione e di tenerezza, è miracolo della fede, non vi è dubbio che la passione che ogni figura riflette in noi, scaturisce dalla immediata, contagiosa freschezza dei sentimenti di valore universale che i Maestri di un’arte, a torto considerata minore, hanno saputo trasfondere ed eternare nei loro Personaggi.

* * *

Poche, lacunose e disordinate sono le notizie che, sulla chiesa di Santa Maria di Betlem, ci ha tramandato lo storico modicano Placido Carrafa. Il quale, nel breve accenno riferito alla metà del Seicento, afferma che “l’Abbaziale Chiesa sotto lo speciale titolo di S. Maria di Betlem - terza per importanza, dopo le chiese di S. Giorgio e di S. Pietro - era formata dalle chiesette di S. Maria di Berlon, di S. Bartolomeo Apostolo, di S. Antonio di Padova e di S. Mauro, oggi aggregate assieme” 1.
Escludendo che le quattro chiesette sorgessero l’una alle altre accanto - quasi a formare una sola chiesa - è opinabile che, per ‘aggregate assieme’ si debba intendere la comune dipendenza delle quattro chiesette, dislocate in punti diversi dell’abitato dalla chiesa di S. Maria di Betlem 2.
Induce a ciò il successivo passo del Carrafa, relativo alle chiese di S. Giorgio e di S. Pietro. Suffraganee o coaditieri - dette anche chiese inferiori - della prima erano le chiese di S. Giovanni Evangelista, di S. Maria della Catena e di S. Maria del Casale; della seconda, erano le chiese del SS. Salvatore, di S. Maria del Soccorso e di S. Paolo Apostolo. Erano dette anche Chiese Sacramentali, forse perché abilitate ad amministrare i Sacramenti 3.
Non porti a conclusioni errate l’accenno del Carrafa, relativo ad un tempo, precedente di due secoli, in cui “un ospizio di religiosi 4, cioè un convento di frati, probabilmente cistercensi, sorgeva accanto, e con lo stesso titolo, alla chiesa di S. Maria di Betlem, sottoposta all’omonima di Terrana, in terra di Caltagirone. Il passo di Rocco Pirro chiarisce che la dipendenza dell’una chiesa all’altra era relativa alla ‘grangia’, in virtù di un privilegio del viceré Lopez Ximenes de Urrea, in data 28 dicembre 1451, convalidato da re Alfonso il 15 giugno 1452: un privilegio che importava, esclusivamente, un beneficio economico. La grangia, infatti, non era che l’edificio annesso ad un convento, in cui si conservavano i prodotti ricavati dalla coltivazione delle terre appartenenti al monastero 5. In parole povere, la grangia dell’Abbaziale Chiesa di S. Maria di Betlem di Modica, ovverosia il contenuto del suo magazzino, andava - in tutto o in parte - al monastero di S. Maria di Betlem di Terrana.
“Vi era un tempo un Ospizio di religiosi” - scrive il Carrafa a metà del Seicento; è chiaro, quindi, che all’epoca in cui lo storico modicano stendeva le sue scarne note, l’Ospizio non c’era più. Ignoriamo, pertanto, l’epoca della sua fondazione e quella della sua dissoluzione. Se, come abbiamo ipotizzato, la comunità monastica apparteneva all’ordine cistercense, il terminus post quem va ricercato successivamente agli anni che videro la conciliazione tra S. Bernardo di Chiaravalle e il normanno Ruggero II, re di Sicilia; per essere meno imprecisi, almeno mezzo secolo dopo e, cioè, intorno ai primissimi anni del Duecento 6.
Per ‘Ospizio di Religiosi’ si può anche intendere un monastero non appartenente all’Ordine cistercense. Chiarezza e peculiarità non sono le doti maggiori del Carrafa, anche se c’è da osservare, a sua giustificazione, che la sua monografia storica non era diretta ai posteri, ma ai contemporanei, per i quali era chiaro quanto per noi, a distanza di oltre tre secoli, è oscuro. Il dubbio su una possibile diversità di significato tra Ospizio e Ordine sorge, ed è legittimo, da due altri passi del Carrafa, che trascriviamo nell’ordine:

“A parte l’Ospizio di religiosi ch’esistette nell’anzidetta chiesa di S. Maria di Betlem, un altro ve ne fu nella chiesa dello Spirito Santo, un tempo Priorato suffraganeo dello Spirito Santo di Roma, di cui parla Pirro, in Ecclesia Motucana Diocesis Syracusana” 7.
“Un’altra Casa di religiosi cistercensi era nella chiesa di S. Maria delle Caterratte, suffraganea dell’Abbazia di Santa Maria di Roccadia che erroneamente Pirro riporta a Ragusa, errore che chiaramente si vede” 8. Il passo del Pirro, cui fa riferimento il Carrafa, è necessario riportarlo nell’originale: “Hospitium olim erat Religiosorum Cistercensium in S. Maria de Cataractis, ex sufraganeis Abbatiae D.M. Roccadia de Leontino” 9.
L’abate netino incorse nell’errore di attribuire a Ragusa, piuttosto che a Modica, il convento cistercense di S. Maria delle Caterratte. Risultò facile al Carrafa dimostrare l’errore del Pirro perché “come chiaramente si vede”, l’unica chiesa della diocesi siracusana dedicata a S. Maria delle Caterratte era a Modica e non a Ragusa: una realtà ben nota ai modicani, cui la monografia era diretta. Il nostro appunto vuole far rilevare il sinonimo di ‘Ospitium’, per convento, monastero, comunità religiosa; nel nostro caso, di convento di religiosi cistercensi, seppure riferito - olim - ad un tempo passato.
Districarsi in questa congerie di notiziole slegate e tentare di mettervi ordine, per trarne un senso compiuto, è impresa più che difficile, impossibile. Molti sono i punti oscuri; imprecise le attribuzioni e le competenze canoniche: complicati o vaghi i titoli, i ranghi e gli attributi, sia delle chiese che dei religiosi; assenti del tutto i documenti coevi, tanto nel Pirro come nel Carrafa. Rimangono sconosciute, soprattutto, l’epoca di fondazione della chiesa di S. Maria di Betlem e quella delle chiesette aggregate.
L’unico dato che si può trarre dalla cronachetta del Carrafa è quello relativo alla chiesetta di S. Antonio di Padova; essa, infatti, non potè essere eretta che successivamente al 1232, anno della canonizzazione del santo. Nel 1653, il Carrafa (a pag. 84) la elenca tra le chiese semidistrutte: dimostrazione eloquente che trattavasi di chiesetta aggregata, distinta e separata da quella di Santa Maria di Betlem.
Un mistero assoluto avvolge il titolo di una di queste quattro chiesette inferiori: quella di S. Maria di Berlon. Per quante ricerche abbia condotto in campo storico, geografico e agiografico, il termine ‘Berlon’ è del tutto sconosciuto; né mostra alcuna affinità con antiche località bibliche, ebraiche o cristiane, come Hebron, Cedron, Sion, Hinnon, Gibbon, Holon e simili, che potrebbero indurci a ritenere Berlon un errore di trascrizione da parte del Carrafa o del Renda. Questa denominazione della Madonna è ignota a quanti si sono occupati delle chiese di Modica: dal Pirro, al Carrafa, al Belgiorno. Nella pregevole monografia di quest’ultimo sono citate ben 44 chiese intestate alla Madonna nel corso dei secoli, ma nessuna a quella di Berlon.
Secondo le fonti più recenti, sulla base di una accreditata tradizione, l’originaria chiesa di S. Maria di Betlem fu quasi totalmente distrutta dal terremoto dell’11 gennaio 1693; si salvò soltanto, per la sua eccezionale staticità, un portale che venne inglobato nella chiesa costruita sulle rovine della chiesa precedente.

Sul portale, e sull’arte che lo produsse, molto si è scritto, che non trova sostegno su documentazione coeva. Accurata e precisa nei particolari estetici, è la descrizione che ne hanno fatto Salvatore Minardo e Franco Libero Belgiorno, ai quali rimando quanti non abbiano la possibilità di un esame diretto del monumento. Debbo, tuttavia, avvertire che dissento dalle loro conclusioni d’ordine stilistico e, nettamente, dalla loro ipotizzata assegnazione cronologica. Su questo particolare aspetto, desidero attirare l’attenzione di chi mi segue, sulla data scolpita su una delle fasce del piedritto di sinistra, riferita ai primi anni, o agli ultimi anni, del XIII secolo.
In assenza di qualsiasi documentazione coeva (non dimentichiamo che l’Archivio della Contea fu distrutto totalmente da un incendio doloso, nel 1447, ad opera dei vassalli in rivolta contro la tirannia del conte Giovan Bernardo Cabrera), dobbiamo necessariamente ricorrere a delle ipotesi suffragate dall’esame delle condizioni storiche relative alla data segnata, oltre che dello stile artistico, architettonico e decorativo del portale.

Ad un esame superficiale, la data, che abbiamo attribuito genericamente al XIII secolo, appare come 1294. Senonché, ad un esame più attento, sorge un dubbio: il 1294 sembra ricavato da una precedente data, il 1204, in cui lo zero fu grossolanamente trasformato in nove. Esatta questa osservazione, rimane senza risposta il perché la data del 1204, a distanza di novantanni, venne modificata in 1294.
Si è detto e si è scritto che il portale - che oggi fa parte dell’interno della chiesa - costituiva originariamente la porta principale di una chiesa che, sulla testimonianza del Carrafa, nel 1653 era dedicata a Santa Maria di Betlem; e che, successivamente al terremoto del 1693, venne incorporato nella riedificazione della chiesa distrutta.
Ammessa come autentica la data del 1204, o quella del 1294, ne deriva che il portale rimase esposto agli agenti atmosferici per quattro secoli, forse per cinque. Sulla base di attente osservazioni, a me pare il contrario, tanto sono ben conservate le delicate sculture dei piedritti, degli stilobati e dei capitelli su cui poggiano le basi di sette archi concentrici tra il romanico e il gotico.
Quarantacinque anni fa, nel 1951 - quattro anni prima che fosse pubblicata la pregevole monografia di Franco Libero Belgiorno - ebbi occasione di sfiorare l’argomento con una breve nota ad utilizzo turistico, che riporto integralmente:
“La chiesa di Santa Maria di Betlem fu costruita nel XIII secolo, con grande ricchezza architettonica e raffinatamente ornata con quanto di meglio poteva offrire lo stile dell’epoca. Forse, è la chiesa più antica di Modica, di cui siano rimaste le tracce; la sua posizione, sotto lo scosceso costone roccioso su cui sorgeva il Castello, ci autorizza a pensare che se ne servissero i conti, come cappella particolare. Il terremoto del 1693 la danneggiò gravemente, distruggendone i due terzi. Rimase quasi intatta la cappella normanna, chiusa da un portale che dava sull’alveo del torrente Pozzo dei Pruni. Dopo il terremoto, la chiesa risorse con una nuova disposizione architettonica, che incorporò l’antica cappella con tutto il portale, in modo che ora il portale costituisce una porta interna di separazione fra la cappella normanna e il resto della chiesa.
L’interno della cappella ha subito posteriori rifacimenti, tali da alternare l’originaria struttura, sicuramente normanna. Tale origine è dimostrata dalla tendenza stalattitica della volta e dai pennacchi agli angoli, propri dell’epoca normanna. Il portale, pur ispirandosi alla linea gotica di allora, è del 1294. Questa data è riportata, in basso, su una delle colonnine di sinistra e, posto che sia vera, la cappella - ritenuta, per il suo stile, di costruzione anteriore al portale - sarebbe coeva al portale stesso.

Quest’ultimo è privo di quella semplicità di linea e di decorazione degli edifici gotici propri ed è, invece, sovraccarico di ornamenti pesanti, per lo più a fogliame, con un solo riscontro cruciforme. Alla fine dell’ogiva, si notano cinque motivi di rombo. La cappella e l’annesso portale - in buone condizioni, malgrado il tempo e le numerose scosse subite - costituiscono tutto quello che rimane della chiesa a tre navate, che sorse verso la fine del XIII secolo, e bastano da soli a dare un’idea ben chiara di quel gioiello d’arte, normanno per la struttura ed arabo per la decorazione, che dovette essere sino al terremoto che lo distrusse”
10.
Dell’autenticità della data non sono, ora come allora, pienamente convinto. È strano, infatti, che essa sia stata scolpita, in forma rozza e primitiva, sul tratto inferiore di una delle esterne fasce del piedritto sinistro, talmente confusa tra maschere e tralci, da passare quasi inosservata. Non escludo cioè che, sia l’una che l’altra data ipotizzata, siano apocrife, segnate da mano inesperta, nel tentativo di dare al monumento una patina di maggiore arcaicità di cui, per altro, non aveva affatto bisogno. In sostanza, lo stesso tentativo - smascherato dalla storia - che fu effettuato sul portale della chiesa del Carmine, con la data del 1150 11.
Ma se, per pura e semplice ipotesi, dovessimo accettare per vera la data del 1204, non risulterebbe strana e fuori del tempo l’architettura araba del portale. Nel 1195, Arnaldo - figlio di Gualtiero di Mohac - venne privato della contea da Arrigo VI, per avere parteggiato per Tancredi, pretendente al trono di Sicilia. Nel 1204, sul regno dell’isola è assiso - da sei anni - il grande Federico II di Svevia, che mantenne la terra di Modica assoggettata al demanio, non tanto per confermare il provvedimento punitivo di Arrigo VI, quanto perché era intento del nuovo monarca di fare sparire o ridimensionare i grandi feudi.
Inquadrata in questo oscuro periodo storico, diventa plausibile la partecipazione di maestranze arabe alla costruzione del portale della chiesa di S. Maria di Betlem, e perfettamente naturale la sua pesante decorazione. “E poiché l’islamismo - osserva il Di Marzo - proibiva generalmente ogni rappresentazione di figure animate, per tema che non si ricadesse nell’idolatria 12, le decorazioni intrecciavansi di fasce, di listelli, di tralci di ogni maniera, producendo combinazioni infinitamente variate, con cui si decoravano le superfici interne ed esterne degli edifici. Di questi intrecci immaginari, che furono detti arabeschi, si hanno i più magnifici esempi nelle nostre chiese normanno- sicule” 13.

Sempre a titolo di ipotesi, esaminiamo gli avvenimenti che agitarono la nostra zona nel 1294. Da due anni, conte di Modica è Manfredi Chiaramonte, per avere sposato Zivilla Mosca, figlia di Federico Mosca. Perché sia chiaro il passo, è necessario informare il colto e l’inclita che re Pietro d’Aragona aveva concesso l’investitura del grande feudo a Federico Mosca, per l’apporto da lui dato alla guerra del vespro. Federicus Musca, comes Mohac, purtroppo per lui, prese posizione a favore di re Giacomo (favorevole a cedere la Sicilia agli Angioini), quando abbandonò la Sicilia, per prendere possesso del regno di Aragona. Successo al fratello, per volontà del popolo siciliano, re Federico tolse la contea al Mosca, per cederla alla figlia Zivilla.
La data del 1294 non si concilia con gli avvenimenti che assillarono Federico Mosca in quel periodo tempestoso, e non può riferirsi ad un intervento di Manfredi Chiaramonte, la cui investitura a conte di Modica porta la data del 25 marzo 1296.

Sulla parete esterna occidentale dell’attuale chiesa di Santa Maria di Betlem, in epoca imprecisata fu murata una lunetta che, negli ultimi anni del Trecento, faceva certamente parte di un edificio chiesastico, quasi certamente dedicato a S. Maria di Betlem, dato che il bassorilievo rappresenta la natività. Oggetto di vandaliche ingiurie, umane e naturali, la lunetta romanico-gotica ha una datazione certa, riportata sulla fascia di base: 1394. È l’unico dato perfettamente integro, tra indecifrabili termini (perché erosi dagli agenti atmosferici) di una didascalia latina in caratteri gotici. La parte sinistra dell’iscrizione è assolutamente illeggibile, perché totalmente scomparsa; quella di destra - che riporta la data - con un buon lavoro di pazienza e particolare dote di competenza - potrebbe essere ricostruita nella sua originaria interezza 14.
Anche questa data, assolutamente certa, si presta ad inquietanti riflessioni. L’ultimo conte di Modica, della casata chiaramontana, Andrea, aveva perso la testa sul patibolo due anni prima, nel 1392. A partire da quest’anno, e per il successivo decennio, il grande ammiraglio Bernardo Cabrera - che ebbe la contea di Modica quale compenso della sua partecipazione all’impresa - fu talmente assorbito dalle azioni militari, per conservare a re Martino l’isola conquistata con la forza e con l’inganno, che apparirebbe quanto meno strana l’ipotesi di una sua ingerenza, come mandante, nella costruzione di un edificio chiesastico dove inserire questa lunetta.
Come si vede, ipotesi se ne possono azzardare parecchie ma, come tutte le ipotesi, sono da riporre nel limbo dell’incertezza.

* * *

Per quello che vale, tuttavia, trovo interessante riportare il brano che Stefano Bottari dedica all’architettura chiaramontana del Trecento, e qualche cenno sul Portale della chiesa di Santa Maria di Modica.
“L’architettura che ha i suoi monumenti più tipici a Palermo, nell’Agrigentino e in altri centri della Sicilia orientale, in cui continuano a ripetersi forme di origine normanna o sveva, è nota con l’appellativo di chiaramontana, che ben le conviene sia perché mette in evidenza il suo carattere spiccatamente feudale, sia perché la potente famiglia dei Chiaramonte fu la più attiva nel promuovere la costruzione di castelli e torri, di monasteri e chiese, di palazzi e borghi.
La tradizione chiaramontana continua il suo corso anche nei primi decenni del Quattrocento, a contatto e sotto lo stimolo di nuovi apporti, del più largo respiro che alimenta la vita isolana, il gusto tradizionale che rifiorisce in nuove forme, e raggiunge i risultati più inattesi in una serie di opere che, aduggiate al classicismo rinascimentale, costituiscono pur sempre, almeno nel campo dell’architettura, l’espressione più genuina della cultura isolana. Le manifestazioni più tipiche sono costituite dalle cappelline che, addossate a chiese o inglobate nel corpo di esse, come a Modica (quella della chiesa di S. Maria di Betlem, anteriore di certo all’attuale chiesa e in origine, sembra, isolata) vennero costruite, a partire dal Trecento, fino nel pieno Cinquecento, unendo insieme, in aspetti estremamente pittoreschi, le forme più diverse: bizantine, arabe, normanne, sveve, chiaramontane, catalane e rinascimentali; forma quest’ultima che si distingue per la ricca fioritura degli intagli, di cui è tipica la cappella della chiesa di S. Maria di Betlem in Modica”
15.


Giovanni Modica Scala

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1.   P. Carrafa: prospetto corografico-istorico di Modica. A cura di F. Renda. Tip. M. La Porta, Modica 1869. “Abbaziale - scrive il Carrafa, a p. 69 - è la chiesa di S. Maria di Betlem’. Per decreto di monsignor Francesco Elia e Rubeis, vescovo di Siracusa, fu la Colleggiata ivi esistente, formata da nove Canonici e quattro Dignità: l’Arcidiacono (carica rivestita dal Preposito di S. Giorgio e dall’Arciprete di S. Pietro), la cui elezione spettava alla Santa Sede, il Decano, il Cantore e il Tesoriere, la cui nomina poteva essere decretata dalla Santa Sede o dal vescovo di Siracusa. Una chiesa veniva detta Abbaziale quando era annessa ad una comunità di religiosi (non inferiore a dodici frati, secondo la regola di S. Benedetto), retta da un Abate.

2.   In epoca imprecisata, posteriore al 1653, alle quattro chiesette si aggiunse anche quella di S. Giacomo extra moenia, la cui erezione si fa risalire ai primi del Trecento. In atto è la chiesetta più antica tra quante ne conta Modica. Cfr. R. Grana Scolari e F.L. Belgiorno.

3.   “Sunt Ecclesiae Sacramentale, quas filiales vocant, S. Geogii, S. Ioannis Evangelistae, S. Margaritae et S. Mariae de Catena. Sunt aliae Coadjutrices S. Petri, S. Salvatoris, S. Mariae de Succurso et S. Pauli”. R. Pirro: Sicilia sacra, etc., tomo I, p. 685.

4.   Il termine ‘ospizio di religiosi’, equivalente a convento, abbazia, monastero, è adoperato anche dal Pirro, con “hospitia erat religiosorum, etc.”.

5.   In esecuzione alla regola di S. Benedetto, le grangie furono istituite per fornire tutto il necessario alla vita dei monaci. Ne conseguiva che gli istituti monastici ricchi di terre (e di schiavi addetti alla coltivazione), o con una comunità esigua, erano tenuti a provvedere ai bisogni alimentari dei monasteri poveri di terre (e di schiavi), o con una comunità numerosa.

6.   Cfr. G. Modica Scala: Sicilia medievale, cap. VIII. Sotto la spinta di Bernardo di Chiaravalle animatore di eccezionale vigore, ai limiti del fanatismo, l’Ordine iniziò un processo di disseminazione in tutta l’Europa, così rapido ed intenso, da costituire uno dei movimenti più sorprendenti di tutta la storia spirituale del Medioevo europeo. Alla fine del Trecento, l’Ordine contava circa settecento monasteri. I Cistercensi predicavano e osservavano rigorosamente l’austerità della regola benedettina, con i suoi precetti di solitudine assoluta, di obbligo al lavoro manuale, di povertà e di rinunzia ad ogni attività che non fosse quella del monastero.

7.   P. Carrafa: op. cit., p. 74.

8.   Idem, ibidem, p. 75.

9.   R. Pirro: op. cit., tomo I, p. 688.

10.   G. Modica Scala: Guida breve di Modica, Editrice tipografica Puglisi, Ragusa, 1951, pp. 15- 16.

11.   Secondo lo scrittore domenicano Vincenzo di Beauvais (1190-1264), l’Ordine religioso di eremiti che vivevano sul Monte Carmelo, in Palestina, dispersi a seguito dell’ingloriosa fine delle Crociate, emigrarono a Cipro e, nel 1238, si stabilirono in Europa, cominciando da Messina. Sic stantibus rebus, la chiesa del Carmine non può essere anteriore alla fine del XIII secolo.

12.   “Ne ponatis Deo similitudines”, recita il Corano nella seconda Sura, verso 22.

13.   G. Di Marzo: Delle belle arti in Sicilia, vol. I, p. 93. Del Di Marzo, cfr. anche il vol. Il, p. 215.

14.   Questa lunetta ha stretta analogia di fattura con quella attualmente murata nella cinta del castello di Francofonte e riferita ad un periodo tra il XII e il XIII secolo. Cfr. Matteo Gaudioso: Sicilia feudale, Catania 1969, p. 18.

15.   Stefano Bottari: La cultura figurativa in Sicilia. Ed. D’Anna, Messina-Firenze, 1954, pp. 26, 32, 57.

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