La Sicilia all’inizio del secondo millennio
Dialogo, giugno 1998
Intorno al 1147 La Barberia 1 fu afflitta da una tremenda, mortale carestia che mieté numerose vittime tra gli uomini e gli animali. “Venne il popolo a tanta fame di vittuaglie, che gli uomini si mangiarono tra loro. Quelli delle campagne, spinti dalla fame, corsero alle città i cui abitanti chiusero loro le porte in faccia.
Questo flagello fu seguito dalla peste e da una mortalità grandissima, tanto che il paese rimase vuoto di abitatori. Delle famiglie nobili che ne rimase neppure una sola, essendo moltissimi andati in Sicilia, a cercare di che vivere”
.2
Attraverso le deposizioni e i racconti di questi profughi, re Ruggero venne a conoscere non solo delle triste condizioni in cui versava il paese a causa della carestia e della peste ma anche del malcontento che serpeggiava tra il popolo.
“Approfittando di questo flagello - osserva amaramente lo storico arabo Abu l-Fida - Ruggero il Franco3, principe di Sicilia, approntò una armata di 250 galere, ben provvedute di guerrieri e d’armi, al comando di Gurg”, ossia Giorgio di Antiochia, grande ammiraglio della flotta siciliana, intelligente interprete e valente esecutore dei disegni ruggeriani.
Nella veste di grande ammiraglio troviamo Giorgio di Antiochia, a metà del 1148, nella cronaca di un annalista arabo che narra la conquista di Al Mahadìah, sede di Al Hasan, principe dell’Africa.
“Sbarcarono i Cristiani in città senza che alcuno li respingesse, né lor facesse resistenza. Giorgio, capitano dei Franchi, entrato nel castello dell’Emiro, lo trovò tal quale, non mancandovi altro che le robe più leggere; trovò anche nel castello parecchie concubine di Al Hasan e vide le stanze dei tesori, piene di gioielli eleganti e di ogni cosa peregrina e molto rara” 4.
Com’era costume dei tempi, la città venne scrupolosamente saccheggiata. Gli annalisti arabi, però, non riferiscono atti di violenza contro i cittadini rimasti: per lo più donne, vecchi e bambini. Il bottino, in materiali preziosi e in uomini da vendere come schiavi, fu veramente immenso.
L’ammiraglio, assurto ai fasti dell’epopea normanna, per una intera settimana godè del meritato riposo del guerriero, nel principesco castello che era stato dell’Emiro, attorniato e blandito dalle sue donne, dagli eunuchi, dalle danzatrici, dai suonatori di liuto, dagli aedi arabi che cantavano canzoni e recitavano poesie di accorata nostalgia, composte al tempo in cui i guerrieri dell’Islam erano stai costretti ad abbandonare la dolce terra di Sicilia.
Imad ad din al Isfahani (1125-1201), scrittore originale e vigoroso, riporta, sotto forma di antologia, brani di molti poeti arabi di Sicilia, che si consideravano siciliani, prima ancora che arabi, ed aggiungevano al proprio nome il distintivo di ‘siciliano’, quasi a volersi differenziare dagli arabi dell’ Africa. Tra quanti consideravano la Sicilia loro terra d’origine e piansero lagrime amare di nostalgia per la sua perdita, occupa un posto di rilievo Ibn Hamdis (nato a Siracusa nel 1053), un personaggio che, per molti aspetti, mi ricorda Cyrano de Bergerac. Come lo spadaccino cantato da Edmond Rostand, Ibn Hamdis fu poeta, uomo d’arme e donnaiolo; più che alle vicende belliche - che volgevano al peggio, per gli Arabi di Sicilia - pare infatti che la sua fuga in Tunisia, nel 1079, sia avvenuta a seguito di una avventura amorosa.
Non è da escludere che teatro di una passione interrotta drammaticamente, sia stata la città di Noto, su cui invoca la benedizione di Allah: “Custodisca Iddio una casa di Noto e fluiscano su di essa le rigonfie nuvole”, la casa “dal cui fiorito giardino partii al mattino, ne più vi ritornai la sera”.
Il poeta lasciò la Sicilia, ancora giovanissimo, nei primi anni della conquista cristiana (ricordiamo che la fortezza di Noto fu l’ultima a cadere nelle mani dei Normanni) e mai più, malgrado l’ardente desiderio, vi fece ritorno 5.

Nella lunga strada dell’esilio, Ibn Hamdis trovò rifugio in Tunisia, poi a Siviglia e, infine, di nuovo in Africa, a Mahadiah, nel 1091. Morì nel 1133 a Bougie o, secondo alcuni, meno probabilmente, a Maiorca. Il ricordo della sua terra d’origine non lo lasciò mai; per essa ebbe sempre versi dolcissimi di bramoso struggimento e di accorato rimpianto, come rivela una brevissima silloge:
“Torna in mente la Sicilia, ricordanza che suscita dolore nell’animo / Ripenso al paese che fu campo dei miei folleggiamenti giovanili. / Poiché fui cacciato da tal paradiso, voglio almeno narrarne le delizie ... / Se le lagrime non sapessero d’amaro, penserei che i miei pianti fossero i fiumi di quel paradiso. /A quelle piagge riedon sempre furtivi i miei pensieri, / come il lupo che ritorna sempre nella sua boscaglia”.
“Oh, perché mi fu tolto ciò ch’io bramava, / quando il pelago mi separò da quelle piagge? / Quanti fratelli d’amore in quella terra mi serban d’affetto! / Amici dell’adolescenza, che si passava insieme in tempo / col vino e le ragazze. / Che Iddio rinfreschi dì dolci lagrime / l’occhio di chi piange i paesi / dove il corpo ha un animo prigioniero d’amore”. “O mare! Tu mi nascondi, oltre le tue più lontane / rive, un vero paradiso. Nel mio paese conobbi /solo felicità, mai disgrazia, / Lì, all’alba della mìa vita, vidi il sole / nel suo splendore. Ora, nell’esilio e in lagrime, / assisto al suo declino ... / Oh! Potessi imbarcarmi sulla luna crescente, / volare verso le rive della Sicilia e lì / frantumarmi il petto contro il sole” 6
È una poesia, quella del siciliano Ibn Hamdis, che canta la bellezza della natura, l’amore per le donne, la gioia di vivere. Una poesia ombrata dalla tristezza di un esilio senza ritorno, dall’accorato rimpianto per una patria “vilipesa dai Rum, essa che, in man dei miei, fu sì gloriosa e fièra”. Unico conforto nella lontananza, unico sprazzo di luce nel grigiore di una vita randagia in cui “sciupo le forze dell’animo a correr dietro una speranza che vivo dissipando, tra una terra straniera e l’altra”, il ricordo della terra “cui la colomba prestò il suo collare ed il pavone vestì del manto screziato delle sue penne”. Una poesia in cui si avverte il pianto triste e senza lagrime di chi “ha vuote le mani del fior della giovinezza, ma il cuore pieno del ricordo delle antiche passioni”.

Ibn Hamdis non è il solo ad essere tormentato dal malinconico affanno della nostalgia; la Sicilia è costantemente presente nel rimpianto di tutti i poeti arabi che vi nacquero e che furono costretti ad abbandonarla sotto la pressione dei Normanni. Stupendo è il ricordo che un altro arabo siciliano di Trapani, Abd ar Rahman, ha di Favara, la villa regia di Palermo, chiazzata nel verde scuro di un agrumeto, dal rosso delle arance e dal giallo chiaro dei limoni: “Le arance mature sembrano fuoco ardente su steli di smeraldo e il pallore dei limoni dà sembianza dell’amante che ha perduto la notte a disperarsi per l’assenza della sua donna”. 7


Giovanni Modica Scala

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1.    Barberia era tutta quella zona dell’Africa settentrionale compresa tra i confini dell’Egitto e l’Oceano Atlantico.

2.    Di questa luttuosa notizia si servirono, un secolo dopo, lo storico An Nuwairi e il diplomatico At Tigani, in “Biblioteca arabo-sicula” dì M. Amari Vol II. p. 60.

3.    Con il termine 'Franchi’, gli Arabi indicavano i Cristiani occidentali.

4.    Abu I-Fida (occidentalizzato in Abulfeda): Kitab al muhtàsir etc. In Biblioteca arabo-sicula, .vol. II, cap. XLVII.

5.    Noto fu l’ultima fortezza araba ad arrendersi ai Normanni nell’anno 1091.

6.    Ibn Hamdis. in Biblioteca arabo-sicula, cap. LIX, vol. II, pagine 312-13 e passim. Cfr.anche Ibn Hamdis, in JJ. Norwich: I Normanni nel Sud, p. 281.

7.    Abd ar Rahman, riportato da Imad ad Din, Biblioteca arabo-sicula, cap. LXIII, vol. II, p. 441

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