Eros kai Thanatos
Diario di prigionia in Germania
1943-1945
Ed. numerata, Modica, 1989
Se penso ai giorni della prigionia in Germania,
mi viene in mente un saggio aforisma orientale:
“Perdonare e non dimenticare, è peggio che non perdonare”.
Io ho una memoria di ferro.



Due parole …
... soltanto, per entrare in argomento con due riflessioni, tra le tante, maturate in due momenti diversi della mia esperienza tedesca: che parte ho avuto nella tragedia costata al mondo cinquanta milioni di morti, e che valore ho attribuito a queste note diaristiche, sino al punto da rischiare, in piena coscienza, conseguenze mortali.
La prima riflessione, tradotta in segni nel campo di concentramento di Sandbostel, il 21 ottobre 1944, dopo i primi otto mesi di prigionia, suona quasi come una premessa:
“Mi accorgo che, spesso e volentieri, i miei pensieri riportano alla memoria gli avvenimenti più lieti della mia vita, rifiutando di soffermarsi su quelli più tristi o più drammatici degli anni di guerra. Gli episodi bellici, quelli che hanno creato martiri ed eroi, hanno qui una importanza marginale, una incidenza indiretta. Io non ho vissuto i giorni terribili del fronte occidentale francese, non ho partecipato all'epopea africana, non ho combattuto sulle steppe della Russia o sui monti ghiacciati del fronte greco-albanese. La mia partecipazione alla guerra è tutta compresa nei tre giorni di scaramucce nell'isola delle rose, sparando raffiche alla cieca contro uomini che avevano il solo torto di indossare una divisa diversa dalla mia. Per il resto: mitragliamenti e bombardamenti, la mia sorte non è stata diversa da quella di milioni di civili: uomini, donne e bambini che nelle città, piuttosto che al fronte, hanno dato alla guerra il più alto contributo di sangue.Questo mio diario sembra raccolga le memorie di un libertino, piuttosto che le imprese di un guerriero o l'odissea di un prigioniero. Io credo che ciò sia frutto della penosa e scoraggiante condizione del presente, in cui cervello e cuore si rifugiano in questo mondo del passato, tutto mio, tutto luce, quasi a trarne conforto e nuova forza, per continuare a resistere". La seconda riflessione, stilata ad Amburgo, il 31 maggio 1945, in regime di riacquistata libertà, suona invece quasi come una conclusione:
"Continuare a prendere appunti sul diario ha perso molto della passata attrattiva e, mi spiace riconoscerlo, questa demotivazione è, in gran parte, frutto della riacquistata libertà. Non sono più un kriegsgefangenen, non sono più un 'libero lavoratore' al soldo del nemico, non sono più costretto a nascondermi, per sfuggire alla caccia della polizia militare.
Scrivere, confessando emozioni e sentimenti, aveva il fascino del proibito; ogni perquisizione, che avesse portato alla scoperta dei miei appunti, rappresentava un pericolo reale, un pericolo grave oltre ogni immaginazione. Oggi, niente più di tutto questo; posso scrivere quello che voglio, imprecare, maledire, sfogare il mio odio contro chi mi ha rubato quasi due anni di giovinezza, esprimere la mia condanna all'inferno contro chi ha partecipato al lavacro di sangue più mostruoso che l'intera storia dell'umanità ricordi. Posso, potrei, ma non ne ho voglia; ci saranno storici, a centinaia, che si contenderanno il privilegio di analizzare, vivisezionare cause ed effetti di questa guerra micidiale; ci saranno, a migliaia, combattenti ed ex prigionieri che avvertiranno l'esigenza insopprimibile di comunicare, al colto e all'inclita, la storia delle personali tribolazioni, come se un granellino di sabbia ritenesse di poter potenziare la dimensione dell'Everest o, una goccia d'acqua, l'immensità dell'oceano.
Che scopo si propone, allora, questo mio diario? Nessuno. Proprio nessuno. Non certo quello di farlo leggere ad altri, perchè i casi sono due. O si è stati prigionieri, come me, vittima della fame, del freddo e di altre cento privazioni, e il racconto della mia odissea non aggiungerebbe nulla alla personale esperienza di innumerevoli altri superstiti. Oppure si è avuta la fortuna di nascere o di vivere fuori di quest'incubo mondiale; e, in questo caso, neppure la penna di un grande della letteratura potrebbe dare un'idea di che cosa sia la privazione della libertà, la sofferenza elevata a regola di vita, l'umiliazione di sentirsi nessuno, la paura della morte.
Tanto varrebbe, allora, bruciare questi appunti? Ma nient'affatto, neppure per idea. Sarebbe la cosa più stupida che mente razionale potesse concepire; sarebbe come distruggere quasi due anni della mia vita, nelle sue gioie, nei suoi dolori, nei suoi ricordi; un vuoto oscuro tra quello che sono stato e quello che sarò. Il diario mi è stato compagno fedele, che mi ha aiutato a sopravvivere, che ha fatto riaffiorare alla coscienza avventure e sentimenti che, diversamente, sarebbero sfuggiti per sempre dal la mia memoria, che mi ha dato l'opportunità di sfogare la mia amarezza, impedendomi forse di commettere una pazzia. Distruggerlo avrebbe il sapore di un tradimento, perpetrato contro un amico che non ti serve più. No, che non lo distruggerò, anche se non rileggerò più le sue pagine; o, forse, chissa? Con il tempo, potrà avere per me l'importanza di una lettera d'amore, ridotta ad un foglio ingiallito, il valore di una violetta, schiacciata tra le pagine di un libro”.

A distanza di 44 anni, per una di quelle circostanze create dal caso, il diario ha bussato prepotente alla mia riconoscenza. Come a ricordarmi della sua esistenza, come a raccomandarmi di non lasciarlo pasto alle tarme o deposito alla polvere. E, riscrivendolo, ho come adempiuto ad una promessa per lungo tempo dimenticata. Nella "Conclusione”, posta al termine del diario, ho accennato alle emozioni e ai sentimenti che la sua lettura ha resuscitati. E non fosse che soltanto per questo, valeva - almeno per me - la pena di affrontare la fatica improba di dare vita e significato ad una grafia impossibile.
Ora, mi chiedo se e a chi potrà servire la testimonianza di un protagonista di quel tragico periodo e quale valore: storico, umano, letterario, si potrà dare ai suoi ricordi, in pagine fatte di luci e di ombre, scritte sotto la pulsione prepotente e disinibita di sentimenti e passioni immanenti. Ho avuto, sì, la tentazione di evirare il diario di tutto quanto costituisce un bagaglio personale di ricordi e di esperienze, che nulla hanno a che fare con la guerra e con la prigionia, per ridurlo all'essenziale, arido e asettico, del fatto storico; ma un ripensamento, a lungo ponderato, mi ha fatto certo che tanto valeva distruggerlo per intero. Nelle mie intenzioni di allora, il diario era - ed è ancora - la trascrizione di fatti e di ricordi indissolubilmente legati in un insieme che univa il presente al passato. Non voglio chiedermi se la cruda esposizione di una realtà vissuta potrebbe offendere le caste orecchie di un virtuoso moralista; non voglio chiedermelo perché un eventuale giudizio intemperante e dissoluto, non mi toccherebbe proprio per niente. Se dovessi essere io ad esprimere un giudizio, sulla base di quello che il diario ha riportato alla mia memoria, vorrei non aver vissuto gli anni terribili che ne formano l'oggetto esterno; ma, avendoli vissuti, in quelle circostanze di tempo e di luogo, mi sfugge l'importanza di un ripensamento postumo, nella certezza che, riverificandosi le stesse condizioni, il mio comportamento non muterebbe indirizzo. La vita è qualcosa di diverso di una teoria moraleggiante non sostenuta da una esperienza del genere; e un animo sensibile può trovare, anche nel resoconto del peccato, il fascino della virtù. Ai miei figli e ai miei nipoti, a cui il diario, in definitiva, è destinato, la mia esperienza può servire ad evitare gli stessi errori, ad odiare la guerra che dissolve ogni valore morale, a concepire l'amore come l'unico splendido dono concesso all'uomo da una entità sconosciuta, a parziale risarcimento di innumeri sventure.


Giovanni Modica Scala
Modica, 4 febbraio 1989



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