Prigionia
Poco più che ventenne, come tanti altri modicani, fu direttamente coinvolto nella tragedia collettiva della Seconda Guerra Mondiale. Giovanissimo ufficiale dell’esercito con il grado di sottotenente, dopo aver compiuto il corso di ufficiale a Spoleto e dopo una permanenza a Palermo, fu destinato in Grecia, al commissariato del porto di Rodi.

Dopo l’8 settembre 1943 (precisamente nel febbraio del ’44) fu preso prigioniero dai tedeschi e internato nei campi di concentramento per i militari italiani in Germania, prima a Kustrin poi a Sandbostel, a Wietzendorf e Amburgo. I soldati italiani, considerati traditori dai tedeschi, furono bollati con la definizione di IMI (Internati Militari Italiani). A tradire in realtà erano stati altri: Mussolini, che aveva condotto il popolo italiano, dopo venti anni di dittatura, in una impresa bellica alla quale l’esercito italiano, già logorato dalle guerre coloniali era del tutto impreparato; i capi di stato maggiore dell’esercito e il re che l’8 settembre erano fuggiti da Roma, lasciando i comandi militari e i soldati privi di direttive e di indicazioni precise. Modica Scala fu dunque uno dei 196000 soldati italiani fatti prigionieri in Grecia. Ma fu anche uno degli oltre 600000 che rifiutarono di continuare la guerra a fianco dei tedeschi. Lo status di IMI fu un crudele stratagemma adottato dai nazisti per sottrarre gli italiani alla tutela della Convenzione di Ginevra del 1929 (compresa l’assistenza della Croce Rossa), per costringerli al lavoro manuale e per aggirare la contraddizione formale di considerare prigionieri i militari di uno stato formalmente alleato, la Rsi, visto che Berlino non riconobbe mai il Regno del Sud. Anche gli IMI, dopo l’8 settembre, combatterono dunque un’altra guerra. Una guerra senza armi, fatta di resistenza alla fame, al freddo, alle violenze e al lavoro coatto, in conseguenza del rifiuto di aderire all’esercito tedesco e a quello del redivivo fascismo repubblicano di Salò. La vicenda degli oltre 600000 “volontari del lager” rientra a pieno titolo nella Resistenza e nella guerra di liberazione. E come tale la rivendicò sempre Modica Scala.

Egli fu uno dei pochi fortunati che riuscì a ritornare in Italia nel maggio del ’45, dopo aver percorso il lungo calvario dei diversi campi di concentramento in Germania e nei territori occupati (Stammlager e Arbeitskommando). Condivise le dure condizioni di vita della prigionia con personaggi quali Giovanni Guareschi e Alessandro Natta e con altri meno conosciuti ma altrettanto importanti come Ugo Moncharmont (scienziato di fama europea, soprannominato “l’Enciclopedico”), Giuseppe Consoli (pittore siciliano e critico d’arte), Gustavo Alberto Antonelli (architetto che progettó, tra le altre cose, una sala del palazzo di Westminster), Marcello la Greca (entomologo, professore universitario di zoologia, genetica). Con alcuni di loro l’amicizia e la corrispondenza epistolare continuò anche dopo la guerra. L’esperienza a Rodi e nei campi di internamento (di cui resta traccia in un bellissimo diario di prigionia ancora inedito) lo segnò per tutta la vita, ricorrendo spesso nelle sue opere come una sottotraccia ineliminabile e diventando l’argomento principale del suo diario di prigionia. Nel saggio La madonna di Sion, ad esempio, l’immagine di un angelo in un affresco da lui scoperto lo fa tornare con la memoria a quella di un cerbiatto cacciato sui monti dell’isola greca «in un tempo in cui la guerra, con le sue stragi e le sue distruzioni, ci aveva indurito l’animo».
Il Diario di prigionia
Se penso ai giorni della prigionia in Germania, mi viene in mente un saggio aforisma orientale:
"Perdonare e non dimenticare, è peggio che non perdonare". Io ho una memoria di ferro.

Ai miei figli e ai miei nipoti, a cui il diario è destinato, la mia esperienza può servire ad evitare gli stessi errori, ad odiare la guerra che dissolve ogni valore morale, a concepire l'amore come l'unico splendido dono concesso all'uomo da una entità sconosciuta, a parziale risarcimento di innumeri sventure.
Sandbostel, 21 ottobre 1944
Mi accorgo che, spesso e volentieri, i miei pensieri riportano alla memoria gli avvenimenti più lieti della mia vita, rifiutando di soffermarsi su quelli più tristi o più drammatici degli anni di guerra. Gli episodi bellici, quelli che hanno creato martiri ed eroi, hanno qui una importanza marginale, una incidenza indiretta. Io non ho vissuto i giorni terribili del fronte occidentale francese, non ho partecipato all’epopea africana, non ho combattuto sulle steppe della Russia o sui monti ghiacciati del fronte greco-albanese. La mia partecipazione alla guerra è tutta compresa nei tre giorni di scaramucce nell’isola delle rose, sparando raffiche alla cieca contro uomini che avevano il solo torto di indossare una divisa diversa dalla mia. Per il resto: mitragliamenti e bombardamenti, la mia sorte non è stata diversa da quella di milioni di civili: uomini, donne e bambini che nelle città, piuttosto che al fronte, hanno dato alla guerra il più alto contributo di sangue.
Questo mio diario sembra raccolga le memorie di un libertino, piuttosto che le imprese di un guerriero o l’odissea di un prigioniero. Io credo che ciò sia frutto della penosa e scoraggiante condizione del presente, in cui cervello e cuore si rifugiano in questo mondo del passato, tutto mio, tutto luce, quasi a trarne conforto e nuova forza, per continuare a resistere.
Sandbostel, 29 ottobre 1944
Lager maledetto,
maledetto Sandbostel,
sinistro cimitero
di uomini vivi,
qui, dove a forza
l'orda barbara ci trasse
in prigionia.

Sorgenti dal groviglio 
di filo spinato,
come mostri d'incubo
stagliati
contro il cielo fosco,
dispensatrici di morte,
avide vegliano
torri assassine.

Quando la notte 
volge al giro più breve,
ombre di nuvole e stelle
stagnano immote 
nelle pozze d'acqua nera.

Sciabole di luce 
squarciano sospette
il buio della notte
agonizzante.

Sfrecciano rapidi e sinistri
gli uccelli notturni,
messi in fuga
da folgoranti scudisciate.

Frammenti d'anima 
bruciano nell'ansia
dell'ora ultima.
Nell'immobilità dei sensi
ansita greve la vita.
Per i sospesi silenzi, 
nei baratri profondi
precipita l'inesorabile.

Il guaio peggiore della prigione di un campo di concentramento, a parte lo stomaco eternamente vuoto, è il complesso di noia e di malinconia, potenziato dalla solitudine. Un antidoto, di notevole efficacia, è costituito dalle sigarette, dai libri e dal diario, per quanti si alimentano di questa mania. Ognuno di noi ha avuto il permesso di portarsi appresso un libro, ma un libro costituisce la distrazione di un solo giorno. Ed allora, abbiamo escogitato un sistema che permette di scambiarci i libri (possibilità non prevista o proibita dal regolamento). Uno chiede il permesso di andare a gabinetto; se lo ottiene, ci va. Si porta, tra camicia e pelle, il suo libro; va a gabinetto e lo depone sotto il secchio della spazzatura, dove trova un libro diverso, lasciato da un altro. 
Tra lettura, qualche fumatina e qualche nota di colore, il tempo pare scorra più velocemente. Oggi, poi, ho trovato un altro passatempo, incidendo sul muro di cemento, con l'ago che mi è servito per rattoppare calzini e calzoni, il ricordo del mio passaggio. E' un vezzo comune a turisti e scolari, quello di incidere una frase, un motto o una semplice firma, sui muri dei gabinetti o delle prigioni, sulle colonne di un monumento o sui banchi della scuola. lo non ho resistito alla tentazione.  Era quasi buio quando ho finito di incidere, sul muro, i versi finali di una poesia che, nella sua interezza, conservo per il mio diario:

Frammenti d'anima 
bruciano nell'ansia
dell'ora ultima. 
Nell'immobilità dei sensi 
ansita greve la vita.
Per i sospesi silenzi, 
nei baratri profondi
precipita l'inesorabile.

Ho tracciato questi versi, poveri forse di poesia, ma ricchi di reali sensazioni, in un piccolo spazio, lasciato libero da precedenti versaioli, epigrammisti e roba del genere. 
Con una linea sottile, ho separato il mio breve cantico da una frase russa dal significato oscuro, e da una laconica annotazione, piuttosto prosaica, del francese Joseph Daponcel:"Trois jours passés ici".
I quattro muri della mia cella sono letteralmente arabescati da scritte in tre lingue: russa, francese ed italiana. Ce n'è una che dice: "I ricordi più belli tornano alla mente quando ci troviamo tra queste mura. Giacchè viviamo di ricordi, perchè non passiamo la vita in prigione?". 
La postilla di un altro anonimo, dissente: "Certo, la vita si apprezza meglio se vista attraverso la grata di una prigione; appunto per questo è preferibile starne fuori".

Motti, osservazioni, semplici firme illegibili o anche versi che sono passati nella storia della letteratura (sull'architrave della mia porta ci sono tracciati due versi di Dante:"Nati non fummo a viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza"), bestemmie fantasiose, insulti di vario genere, rivolti ai tedeschi (Deutschland unter alles, parafrasando l'orgogliosa sfida di Hitler: Deutschland uber alles) riempiono le quattro pareti sino al soffitto e non hanno risparmiato neppure la porta d'acciaio. Intagliati profondamente sul tavolato su cui depongo le mie ossa, si leggono i primi due versi inglesi di Stardust, modificati nel finale: "Sometimes I wonder why I spend my lonely night,dreaming of a woman ... ". Dal complesso lavoro d'incisione, c'è da scommetter che il paziente sognatore di una donna nel carcere ne ha avuto per almeno una quindicina di giorni.
Amburgo, 31 maggio 1945
Non è facile riassumere tutti gli avvenimenti, di ogni ordine e grado di importanza, che si sono susseguiti in quest'ultimo mese. Anche scrivere ha perso molto della sua passata attrattiva e, mi spiace riconoscerlo, questa demotivazione è, in gran parte, conseguenza della riacquistata libertà. Non sono più un kriegsgefangenen, non sono più un "libero" lavoratore, al soldo del nemico, non sono più costretto a nascondermi per sfuggire alla caccia della polizia militare.  

Scrivere, confessando emozioni e sentimenti, aveva il fascino del proibito; ogni perquisizione che avesse portato alla scoperta dei miei appunti, rappresentava un pericolo reale, un pericolo grave oltre ogni immaginazione. Oggi, niente più di tutto questo: posso scrivere quello che voglio, imprecare, maledire, sfogare il mio odio contro chi mi ha rubato quasi due anni di giovinezza, esprimere la mia condanna all'inferno contro chi ha partecipato al lavacro di sangue più mostruoso che l'intera storia dell'umanità ricordi.

Posso, potrei, ma non ne ho voglia; ci saranno storici, a centinaia, che si contenderanno il privilegio di analizzare, vivisezionare cause ed effetti di questa guerra micidiale; ci saranno, a migliaia, ex prigionieri che avvertiranno l'esigenza insopprimibile di comunicare, al colto e all'inclita, la storia delle personali tribolazioni, come se un granellino di sabbia ritenesse di poter potenziare la dimensione dell'Everest.

Che scopo si propone, allora, questo mio diario? Nessuno. Proprio nessuno. Non certo quelli di farlo leggere ad altri, perché i casi sono due. O si è stati prigionieri, come me, vittima della fame, del freddo e di altre cento privazioni, e il racconto della mia odissea non aggiungerebbe nulla alla personale esperienza di innumerevoli altri superstiti. Oppure si ha avuto la fortuna di nascere o di vivere fuori da quest'incubo mondiale; e, in questo caso, neppure la penna di un grande della letteratura potrebbe dare un'idea di che cosa sia la privazione della libertà, la sofferenza elevata a regola di vita, l'umiliazione di sentirsi nessuno, la paura della morte.

Tanto varrebbe, allora, bruciare questi appunti? Ma nient'affatto, neppure per idea. Sarebbe la cosa più stupida che mente razionale possa concepire; sarebbe come distruggere due anni della mia vita, nelle sue gioie, nei suoi dolori, nei suoi ricordi; un vuoto oscuro tra quello che sono stato e quello che sarò. Il diario mi è stato compagno fedele: mi ha aiutato a sopravvivere, ha fatto riaffiorare alla coscienza avventure e sentimenti che diversamente sarebbero sfuggiti per sempre dalla mia memoria, mi ha dato l'opportunità di sfogare la mia amarezza, impedendomi forse di commettere una pazzia. Distruggerlo avrebbe il sapore di un tradimento, perpetrato ai danni di un amico che non ti serve più. No, che non lo distruggerò. anche se non rileggerò mai più le sue pagine; o, forse, chissa? Con il tempo potrà avere per me l'importanza di una lettera d'amore ridotta ad un foglio ingiallito, il valore di una violetta schiacciata tra le pagine di un libro...
Modica, primavera 1962
Succede ancora che mi svegli di soprassalto, con il cuore in tumulto, in un bagno freddo di paura. Dalle profondità dell'inconscio riaffiora, nel sonno, l'antico terrore d'aver lasciata a brandelli la mia anima sui fili spinati del lager. Le mani madide saettano a coprire gli occhi spalancati nel buio, dove si muovono i fantasmi dell'apocalisse. Rivivo, in un attimo, i giorni dell'odio, della violenza, della distruzione. Fiumi di sangue. Lacrime di innocenti. L'interrogativo angoscioso delle vittime che affrontavano il plotone di esecuzione, il capestro, il forno crematorio.
Il "Comandante"
Subito dopo la guerra, tramite concorso pubblico, diventò comandante della polizia municipale di Modica, riorganizzandola e applicandovi l’esperienza maturata al fronte.

Ricoprì la carica di comandante della polizia municipale dall’agosto del 1948 al novembre del 1985. Il 2 aprile 2012 la Polizia Locale e l’amministrazione comunale di Modica gli hanno intitolato, con una lapide commemorativa, la sede del comando nel palazzo municipale.
Interessi
Appassionato di storia e di tutto ciò che riguardava la cultura e il passato di Modica e della sua contea, nel 1948 fu tra i fondatori e condirettore del giornale «La Voce di Modica», insieme ad Arnaldo Belgiorno (direttore responsabile), Franco Libero Belgiorno, Ciccio Giannone, Peppino Muriana, Aldo Marino, Bruno Grana e Gregorio Cataldo.

Il 21 gennaio 1949, grazie a Pietro Baglieri, impiegato presso l’ufficio dello Stato Civile di Modica, scoprì che Salvatore Quasimodo era nato a Modica ed il 6 febbraio dello stesso anno pubblicò la notizia sul giornale «La Voce di Modica». Da questo articolo ebbe origine la visita che il premio Nobel per la letteratura farà alla sua città natale qualche anno dopo.

Nel 1972, grazie alla consultazione di importanti documenti sull’inquisizione nella Contea di Modica, riuscì a riportare alla luce la cripta dei sotterranei di palazzo S. Domenico, sede dell’Inquisizione fino al 1782 e ormai da tempo murata.

Fu socio ordinario della Società di Storia patria di Palermo, dell’Archivio storico della Sicilia orientale di Catania e dell’Archivio storico siracusano. Fu inoltre corrispondente della Encyclopaedia Britannica. Nel 1976, per i suoi meriti culturali, ottenne il Premio Cultura del consiglio dei ministri. Modica Scala fu uno studioso a tutto tondo, che si interessò, da autodidatta, non solo di storia e di cultura locale ma anche di archeologia, di letteratura, di antropologia e di tradizioni popolari. Si trattava di discipline utili a documentare e a tramandare i segni del più o meno recente passato. Utilizzò, coltivandole sempre ai massimi livelli tecnici e metodologici, la fotografia, le registrazioni su nastro (dai primi registratori a filo e monofonici alla registrazione stereofonica e su più piste) e le riprese cinematografiche per conservare memoria di luoghi, oggetti, persone, eventi (come il giugno modicano), canti e musiche popolari. Diede così vita a un ricchissimo e preziosissimo archivio audiovisivo e fotografico fin dal 1954 (in parte consultabile su questo sito al seguente link). Nei primi anni ’60 fu tra i primi a portare la tecnica dello sviluppo della fotografia a colori a Modica, dopo un corso effettuato a Milano presso la Ferrania. Come cineamatore documentò eventi e processi storici: dalla nascita di Marina di Modica all’urbanizzazione degli anni ’60, dalla lacrimazione della Madonna delle Lacrime di Siracusa (1953) alle rievocazioni storiche del giugno modicano nel 1967 e nel 1982. Proprio per tali rievocazioni, insieme a Saverio Terranova, scrisse la sceneggiatura e i dialoghi de «I conti di ferro», una storia drammatizzata della famiglia Chiaramonte.

Lo storico
La sua produzione di storico comprende diversi studi sulla storia della contea, sulla Sicilia medievale, sull’archeologia, sulle tradizioni e i riti religiosi della Contea. Ricordiamo, tra le altre opere, La grande alluvione, che colpì Modica nel settembre del 1902; La madonna di Sion, basato su un documento del 1623 riguardante un naufragio avvenuto presso le coste di Pozzallo, spunto immediato per una ricerca sfociata nella scoperta di un affresco; Le comunità ebraiche nella Contea di Modica, che, prendendo le mosse da un documento riguardante un processo per omicidio celebrato presso il tribunale della Gran Corte della Contea di Modica nel 1471, ricostruisce la legislazione sugli ebrei in Sicilia, le istituzioni giudaiche e le magistrature (con una puntuale descrizione della vita sociale della comunità), le attività commerciali ed artigianali, finanziarie e professionali delle comunità ebraiche di Modica, Ragusa e Scicli; e, infine, due monumentali saggi sulla Sicilia preistorica e su quella medievale: Pagine di pietra e Sicilia medievale.

Modica Scala rappresenta uno degli epigoni di una storiografia municipale animata da una profonda ispirazione etica e civile tesa a recuperare il passato in funzione del presente.

Alla base dei suoi saggi troviamo una scrupolosa ricerca dei documenti, il fiuto della scoperta archivistica, la capacità di costruire grandi affreschi sui personaggi, le comunità, le istituzioni della storia siciliana e modicana. Ma essi sono altresì animati da una repulsione naturale per tutto ciò che è odio, fanatismo, intolleranza, superstizione. Da questo punto di vista il lavoro storiografico di Modica Scala si legava indissolubilmente all’esperienza vissuta in prima persona e che aveva condotto l’umanità ai campi di sterminio. Una esperienza tragica che per Modica Scala si racchiudeva poeticamente nell’immagine di una giovane ebrea conosciuta tra «le mura amiche della città di Rodi, condannata a bruciare nel forno crematorio (…) la sua innocente, inerme giovinezza».
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